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Associazione interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe
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Un’estate da record. E i prossimi inverni?

L’estate del 2026 è stata la più calda mai registrata in Italia dall’inizio delle serie storiche disponibili. Sulle nostre montagne le anomalie sono state prolungate ed estreme, con un blocco anticiclonico che a tratti è parso inamovibile e che ha mantenuto lo zero termico superiore ai 4000 metri, spesso ben oltre, per intere settimane. Per i ghiacciai e per tutta la criosfera è stato un vero e proprio annus horribilis.

Gli effetti del riscaldamento globale negli ambienti di alta montagna non sono più proiezioni future, ma mera attualità. La precoce fusione della copertura nevosa stagionale già all’inizio dell’estate lascia il ghiaccio fossile privo di protezione, accelerando in maniera macroscopica i processi di ablazione, con ritiri da record, sia in termini di arretramento delle fronti sia di perdite di massa, e frequenti crolli di ghiaccio; il degrado del permafrost rende sempre più instabili i terreni di alta quota; contestualmente le temperature anormalmente elevate favoriscono la fusione del ghiaccio interstiziale nelle fratture delle rocce, con una maggiore frequenza e magnitudo dei crolli; il verificarsi sempre più frequente di precipitazioni estremamente intense determina un aumento delle colate detritiche, con ingenti danni alle strutture, spesso anche quelle turistiche.

Riferendoci proprio agli aspetti legati al turismo, ricordiamo che a metà luglio, fatto mai avvenuto in precedenza, tutti i comprensori sciistici estivi delle Alpi hanno dovuto chiudere per la totale assenza di neve e per le condizioni di pericolosità dei ghiacciai.

Un quadro di emergenza conclamata e attuale, senza poter dimenticare l’evento catastrofico di fine agosto tra Nepal e Tibet, che ci dà l’idea della potenziale distruttività di certi fenomeni, e che ha lasciato sconvolti gli amanti della montagna.

Senza voler azzardare una vera e propria previsione stagionale, di cui conosciamo i limiti in termini di affidabilità, ci chiediamo a questo punto come sarà il prossimo inverno sulle nostre montagne, o meglio come potranno essere i prossimi inverni in un mondo che si sta surriscaldando e con un clima che si sta estremizzando.

Il riscaldamento globale non cancellerà il pericolo valanghe, ma probabilmente lo modificherà: potremo avere precipitazioni più intense e localizzate, in un’atmosfera più calda carica di energia e umidità, magari alternate a periodi anche lunghi di scarsità; ci aspettiamo variazioni repentine dello zero termico, con passaggi improvvisi da temperature rigide a forti anomalie termiche positive; tutto ciò si potrà tradurre in condizioni del manto nevoso più difficilmente decifrabili, aumentando per esempio la frequenza di valanghe di neve umida o di fondo anche quando ci si aspetterebbero condizioni di neve asciutta tipica delle alte quote. Aumenteranno le situazioni di pioggia su neve, anche a quote relativamente elevate, con le immaginabili conseguenze sia sulla durata del manto nevoso che sulla sua stabilità.

Per AINEVA e per tutti i Servizi previsionali una sfida che deve partire ancora una volta dalla conoscenza: conoscenza (e monitoraggio) dei cambianti in atto e di come questi potranno influire sulle condizioni del manto nevoso; sarà quindi fondamentale lavorare sulla formazione dei professionisti e sull’educazione degli utenti della montagna: la percezione del pericolo deve adeguarsi ad una montagna diversa e che ci pone di fronte a situazioni forse nuove.

L’estate 2026 ci lascia un monito chiaro. Quello che ci aspettavamo accadesse tra qualche decennio, o che speravamo in realtà non accadesse mai, è già realtà, e con questa realtà dovremo fare i conti anche nel nostro ruolo di previsori e di comunicatori.

Gianni Marigo
Direttore Responsabile

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Neve e Valanghe – tutti i numeri

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